L’eroismo della visione

Confesso di essere affascinato dalla tecnologia. Mi piacciono le “cose” in grado di produrre: suoni, idee, immagini, mobili, cibo… Un frullatore come un seghetto alternativo, un microfono come un PC, poco importa: la fredda lucentezza dell’oggetto tecnologico mi affascina in quanto tale.

Malgrado questo, devo dire anche di non aver mai rincorso nella mia carriera fotografica il traguardo della mega attrezzatura. Ho prodotto immagini anche con una semplice scatola di cartone (naturalmente autocostruita) dotata di foro stenopeico. La rigorosa pulizia del prodotto-immagine non riesce ad interessarmi, di conseguenza l’uso di un’apparecchiatura sofisticata cade in secondo piano, anche se – come è ovvio – la mia ricerca estetica è improntata al bello, anche quando il bello non c’è. Molto più interessante crearlo!

Per aprire il dibattito su queste pagine, quindi, voglio proporre un brano tratto da “Sulla fotografia“, testo sacro del 1973 della scrittrice, filosofa e storica statunitense Susan Sontag (1933-2004):

Nessuno ha mai scoperto la bruttezza tramite le fotografie. Ma molti, tramite le fotografie, hanno scoperto la bellezza.
A parte le situazioni nelle quali la macchina viene usata per documentare, o per registrare riti sociali, ciò che induce la gente a fare fotografie è l’aver trovato qualcosa di bello. (Il nome con il quale Fox Talbot brevettò la fotografia nel 1841 era “calotipo”, da ‘kalós’ che significa appunto bello). Non c’è nessuno che dica: «Ma guarda quanto è brutto! Devo proprio fotografarlo». E se qualcuno lo dicesse, vorrebbe dire di fatto: «Io quella brutta cosa la trovo… bella».

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