1. Il diaframma: non solo un “buco”…


Era buio, in quella stanza. E da quel buco apertosi – chissà come e chissà perché – in una porta o uno “scuro”, penetravano raggi magici. Anzi: artistici. Erano in grado, pensate, di dipingere sulla parete opposta al buco tutto quello che c’era all’esterno della stanza. Ma dato che, come è noto, ogni artista accompagna il proprio genio con una buona dose di sregolatezza, anche quei raggi non si sottraevano alla regola e per puro ghiribizzo dipingevano la strada… a testa in giù. Per di più, scambiando la destra con la sinistra.

Un giorno – molto, molto lontano -, qualcuno si è accorto di questa magia e ha pensato di rubare l’Arte alla Luce. Ma, forse, il primo a descrivere quel buco (chiamato “foro stenopeico”, dal greco stenos opaios, dotato di uno stretto foro) dovuto al Caso o a chissà quale misteriosa entità benigna, è stato (e chi, altrimenti?) il solito Leonardo da Vinci:

«Pruova come tutte le cose poste ‘n un sito sono tutte per tutto e tutte nella parte. Dico che, se una faccia d’uno edifizio o altra piazza o campagna che sia illuminata dal sole, arà al suo opposito un’abitazione, e in quella faccia che non vede il sole sia fatto un piccolo spiraculo retondo, che tutte le alluminate cose manderanno la loro similitudine per detto spiraculo e appariranno dentro all’abitazione nella contraria faccia, la quale vol essere bianca, e saranno lì appunto e sottosopra, e se per molti lochi di detta faccia facessi simili busi, simile effetto sarebbe in ciascuno.»

(dal “Codice Atlantico”)

Foro stenopeico

Lasciando al genio di Leonardo le dissertazioni di carattere scientifico sull’origine del fenomeno, continuiamo, per ora, a considerarlo come una “magia” o un vezzo della Natura e proviamo a sostituire la parete opposta al buco con una pellicola sensibile o (più modernamente) con un sensore elettronico. Ci verrà naturale identificare il foro con quello che usualmente conosciamo come “obiettivo”. Insomma, in parole povere, nell’obiettivo il “buco” riveste un’importanza fondamentale che vale la pena di rivalutare.

Sì, perché dal foro stenopeico al diaframma il passo è breve. Stesse sono le applicazioni, le caratteristiche e l’utilizzazione. Ogni possessore di moderni obiettivi conosce perfettamente il diaframma a lamelle regolabili, ma non tutti sanno che i primi diaframmi erano nient’altro che buchi intercambiabili di dimensione variabile che potevano essere interposti fra lente e pellicola a seconda delle necessità.

esempi di diaframma
A sinistra i due diaframmi fissi della Ferrania Zeta Duplex (1942/1947) ripresi dall’interno del corpo-macchina. A destra il diaframma regolabile a lamelle dell’obiettivo Rodenstock Sironar-N 240mm f/5.6

Ma quali sono queste “necessità”?

Cominciamo dall’inizio. Perché la pellicola o il sensore vengano impressionati in maniera adeguata, è necessario calibrare al meglio la quantità ed il flusso della luce. La quantità è regolata, per l’appunto, dal diaframma (che, con una concessione a semplificazioni estreme dei concetti, diremo che lascia passare tanta o poca luce) mentre per il flusso (cioè la durata) interviene l’otturatore.

Per esemplificare in maniera spudorata si potrà dire che un secchio da riempire è come una pellicola da impressionare: se il tubo è sottile, per raggiungere il risultato ottimale (il secchio pieno) avremo bisogno di più tempo e viceversa. Quindi, fotograficamente parlando, la durata dell’esposizione sarà inversamente proporzionale all’apertura del diaframma.

Si tratterà in altra sede sia delle caratteristiche dell’otturatore/temporizzatore, sia di come si possano correlare i due valori per la corretta esposizione (sensibilità della pellicola analogica o digitale e relativa funzione dell’esposimetro). Qui si parla di diaframma e c’è un bel po’ da dire!

Sbaglia chi pensa di utilizzare il diaframma come semplice regolatore di quantità della luce, perché in realtà la modifica di apertura del diaframma crea automaticamente anche delle profonde modifiche nella resa creativa dell’immagine.

Entriamo in argomento cominciando a dare i numeri!

Chi vuole acquistare un bel teleobiettivo 300mm (anche della “lunghezza focale” si parlerà altrove) piuttosto “luminoso” (che può permettere, cioè, il passaggio di una grande quantità di luce) può orientarsi, per esempio, su un f/2.8. Ma un obiettivo così luminoso, di norma, è anche piuttosto costoso, in relazione specialmente a consistenza, quantità e qualità delle lenti. Si potrà puntare quindi, sempre per esempio, su un più accessibile f/4, meno luminoso, ma più che degno di menzione.

Si sentono già i mormorii di sottofondo: «Ha sbagliato! Ha detto che 4 è meno luminoso di 2.8! Che sciocco: numero maggiore, uguale maggiore quantità di luce!»

Niente di più sbagliato: il numero f/ è tanto più alto quanto più il diaframma è chiuso semplicemente perché si ottiene facendo il rapporto tra la lunghezza focale dell’obiettivo ed il diametro massimo del famoso “buco”. Quindi, se il diametro interno del nostro obiettivo 300mm (cioè la sua “apertura” massima) è di circa 107mm, la sua luminosità sarà f/2.8.
Invece il più economico f/4 avrà un diametro massimo interno di 75mm:

300/107=2.8          300/75=4          per i più “scientifici”:    f=F/D

Chiarito il mistero del “più grande=più piccolo”, accostiamoci alle funzioni creative del diaframma, prima fra tutte quella più banalmente nota, la cosiddetta “profondità di campo”.

Qualsiasi miope alla lettura può verificare con semplicità questa funzione. Considerando che la miopia è un’anomalia dell’occhio che porta a sfuocare i soggetti più o meno lontani, autocostruendo un semplice foro stenopeico con un pezzetto di alluminio da cucina forato con un chiodino, si potrà notare come guardando attraverso il buchino – ovviamente senza occhiali – i soggetti in lontananza appaiono più delineati, sebbene più scuri. Più il foro è piccolo, maggiormente definiti (e più scuri) appaiono gli oggetti.

Il medesimo fenomeno si verifica all’interno della macchina fotografica chiudendo il diaframma. In termini pratici si può dire che questa caratteristica del diaframma può assumere un valore unicamente tecnico con la correzione di eventuali errori di messa a fuoco. Dal punto di vista creativo, invece, la consapevolezza della possibilità di isolare determinati soggetti da tutto quanto si trovi prima e dopo di loro è di vitale importanza, quando, naturalmente, la foto sia progettata e non casuale o “di getto”.

La regola generale è che il soggetto principale deve risaltare rispetto ad altri elementi di disturbo. Naturalmente la profondità di campo non è l’unico mezzo per ottenere questo risultato, ma è certamente quello più a portata di mano quando non sia possibile usarne altri, come filtri o illuminazione particolare.

Sganciare il soggetto principale dall’ambiente circostante richiede, dunque, una maggiore apertura di diaframma, cosa che riduce il tempo di esposizione e le conseguenti problematiche legate al mosso, quando questo non debba essere – a sua volta – un ulteriore elemento creativo. Va da sé che mantenere aperto il diaframma richiede la massima precisione nella messa a fuoco.

esempio di sfocatura selettiva

In questo esempio si vede nettamente il soggetto distinguersi dallo sfondo seppure in una situazione di luci piuttosto piatte. La sfocatura dello sfondo, inoltre, dà vita ad un leggero effetto definito “bokeh” (dal giapponese boke, confusione mentale) che vediamo meglio negli esempi a seguire, certamente più “classici” e studiati:

effetto bokeh

L’effetto bokeh raggiunge il suo apice alla massima apertura del diaframma e con una sfocatura controllata nel mirino della reflex (a destra). Nell’esempio di sinistra (f/9) si nota come la minore apertura faccia sì che si riescano a definire chiaramente i limiti delle lamelle del diaframma disegnando le macchie di luce come poligoni più che come cerchi.

Naturalmente la profondità di campo ha delle regole generali che possono – e devono – essere gestite con la conoscenza e l’esperienza per fare sì che sia il nostro pensiero a guidare l’effetto desiderato e non la meccanica dell’obiettivo. Anche perché – è sempre bene ricordarlo – essa dipende anche dall’obiettivo in uso: più la focale si allunga (teleobiettivi) minore sarà la pdc, a prescindere dal diaframma usato!

A titolo esemplificativo, possiamo riferirci a questo (grossolano) schema:

schema profondità di campo

Un esempio pratico di applicazione della profondità di campo con obiettivo AF-S DX Micro NIKKOR 40mm f/2.8G

Un ultimo appunto da fare riguarda il rapporto tra le lenti dell’obiettivo ed il diaframma.

Considerando che le lenti tendono a perdere qualità sui bordi, una leggera chiusura del diaframma – anche quando si avrebbe bisogno della massima quantità di luce possibile – consente di sfruttare al massimo la qualità delle ottiche. Ovviamente, tutto è relativo e comunque deve essere sperimentato in base alle attrezzature che si hanno in mano… e che ci si può permettere!


FONTI:
John Hedgecoe, “Il manuale del fotografo” – Mondadori, 1978
Carlo Di Nardo, “Fotomanuale” – Hoepli, 1977
M. J. Langford, “Trattato completo di fotografia” – Cesco Ciapanna, 1980
Wikiversità

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