» L’esposimetro: quanta luce? [T]


L’immagine scorre come un fiume: in siccità il fiume viene a mancare, in abbondanza il fiume può straripare.

Data per buona questa affermazione a dir poco azzardata, consideriamo la pellicola (o il sensore digitale) come il letto di un fiume, con una sua portata ben definita che chiameremo ISO.

ISO è una “non-sigla” che, pur riferendosi all’International Organization for Standardization, è stata adattata ad ogni lingua (proprio in virtù del carattere internazionale) utilizzando il termine greco ἴσος (isos), che significa “uguale”. In pratica è l’unità di misura della sensibilità delle pellicole. Tornando al paragone con il fiume, una pellicola meno sensibile avrà una portata maggiore, cioè avrà bisogno di una maggiore quantità di luce per apparire nella sua magnificenza. Allo stesso tempo, una pellicola più sensibile richiederà meno luce per riempirsi al punto giusto: praticamente un ruscello o un torrente, per capirci.

L’immagine ottenuta con una pellicola meno sensibile sarà più dettagliata, quella ottenuta con una pellicola ad alta sensibilità sarà più “grezza” e presenterà una ben visibile “grana” (che nel caso di sensori digitali si chiamerà invece “rumore”, pur non modificando sostanzialmente l’effetto finale).

Esempio di grana della pellicola fotografica
In questa foto scattata con pellicola bianonero ad alta sensibilità è ben visibile una “grana” accentuata

Ovviamente, qui, si stanno semplificando oltre misura tutta una serie di problematiche tecniche per cercare di essere il più possibili “pratici” e per cercare di capire quali sono pregi e difetti legati ai valori ISO in relazione a quello che si può e/o si vuole fare, fotograficamente parlando.

La qualità di luce che giunge alla pellicola (o, come sempre, al sensore digitale) dipende dal rapporto tra la sua quantità e dal suo flusso. La quantità viene gestita dal diaframma, il flusso (cioè il protrarsi dell’esposizione in relazione alla quantità di luce) è gestito dall’otturatore.

Tornando ai nostri esempi “idraulici”: per riempire una bacinella X (pellicola), avremo bisogno di un tubo di diametro Y (diaframma) attraverso il quale scorre dell’acqua per un tempo Z (regolato dall’otturatore). Maggiore è il diametro del tubo, minore sarà il tempo necessario per riempire la bacinella e viceversa. A seconda della grandezza della bacinella (sensibilità ISO), avremo bisogno di una maggiore quantità di acqua che scorra per un tempo breve o di una minore quantità di acqua che scorra per un tempo più lungo.

Come si fa a decidere il diametro del tubo e la durata di scorrimento in relazione alla capienza della bacinella?

Finalmente siamo giunti al punto: lo strumento che ci serve è un ESPOSIMETRO (misuratore di esposizione).

La maggior parte dei moderni apparecchi fotografici ne contiene uno al suo interno, generalmente funzionante in automatico, ma con la possibilità di utilizzarlo anche manualmente. Nelle reflex la cosiddetta “lettura esposimetrica” avviene con il metodo TTL (Trough the Lens, attraverso l’obiettivo), anche se i primi modelli con esposimetro incorporato misuravano l’esposizione esternamente all’obiettivo.

esposimetri delle reflex
I due tipi di esposimetro incorporati nelle reflex classiche:quello esterno della Zenit ET e quello Through the Lens della Olympus OM-2

Quale che sia la soluzione tecnica adottata, l’apparecchio fotografico misura in ogni caso la cosiddetta “luce riflessa”, cioè quella che colpendo il soggetto torna verso la fotocamera ed il suo esposimetro.

Si tratta di una soluzione indubbiamente molto comoda, ma piuttosto imprecisa, in quanto la registrazione della quantità/qualità da parte dell’esposimetro potrebbe essere influenzata dai colori e dalla luminescenza del soggetto.

Gli esposimetri sono generalmente tarati considerando una luminosità media della scena pari al 18%, il che significa che inquadrando un monumento o una statua di marmo bianco che riempiano la maggior parte dell’inquadratura (per esempio l’80% di bianco), l’esposimetro tenderà alla percentuale di taratura “scurendo”, di fatto, ed ingrigendo il soggetto. Il contrario avverrà con soggetti neri: un cartoncino nero risulterà inesorabilmente grigio scuro, ma non nero, senza contare che le fotocellule possono essere più o meno sensibili anche a certe gamme di colore (per esempio verde e rosso) che vengono lette e riproposte in maniera fortemente deviata.

Insomma, l’esposimetro a luce riflessa è facilmente ingannabile e sta nell’abilità (e nell’”occhio”) del fotografo aiutarlo a raggiungere i risultati migliori.

Schema di luce riflessa e incidente

Più scomodo, ma molto più preciso (ahimè, la perfezione non esiste) è l’esposimetro esterno che può misurare la cosiddetta “luce incidente”, cioè quella che, proveniente da una fonte luminosa, “incide” la superficie del soggetto illuminandola.

In questo caso, l’esposimetro si pone praticamente contro il soggetto con la cellula sensibile rivolta verso l’apparecchio fotografico. La luce misurata sarà quella che effettivamente colpisce il soggetto, senza “distrazioni” dovute al colore e al potere riflettente dello stesso.

Uno splendido esempio di esposimetro per luce incidente (anche se – con gli accessori adatti – si presta anche alla misurazione riflessa) è il SEKONIC STUDIO DELUXE L-398, che malgrado un’età “importante” (è nato nel 1970), con minime modifiche è ancora sul mercato:

Elementi del Sekonic L-398A

Questo Sekonic (originariamente con cellula al selenio, ora del tipo Amorphous) non ha bisogno di alimentazione elettrica ed è destinato a funzionare correttamente per decine di anni (ho acquistato quello che si vede in fotografia intorno al 1980 e funziona come il primo giorno…). È dotato, tra l’altro, di una lumisfera (che personalmente preferisco al Lumidisc piatto) per la misurazione, appunto, della luce incidente proveniente, sì, da una fonte luminosa, ma anche dai dintorni del soggetto, garantendo una maggiore precisione.

La sostanziale differenza estetica con i modelli più recenti è nella presenza di una sola finestrella per l’impostazione della sensibilità della pellicola/sensore espressa in ISO, contro le due DIN (Deutsche Industrie Normen) e ASA (American Standard Association) in vigore fino a diversi anni fa.

A questo punto, che fare? Prendiamo il nostro Sekonic dotato di lumisfera, impostiamo la sensibilità della pellicola o quella configurata per il sensore elettronico tramite l’apposita finestrella, avviciniamoci al soggetto puntando la cellula verso la macchina fotografica e schiacciamo il pulsante/interruttore. L’indicatore a lancetta dell’esposimetro ci fornirà un numero-guida che riporteremo sul misuratore rotante. Otterremo una serie di coppie tempo/diaframma tra le quali scegliere per regolarci secondo le esigenze tecniche e/o creative, sapendo già che un tempo più lungo può dare vita ad un effetto “mosso”, ma che spesso il mosso è un difetto e non una scelta creativa; o che un diaframma più chiuso aumenta la profondità di campo nella messa a fuoco, effetto molte volte utile, ma altre dannoso a causa di un appiattimento generalizzato del soggetto all’interno del proprio ambiente circostante.

A meno di dover scattare fulmineamente per immortalare una scena irripetibile, il consiglio è sempre quello di ragionare sul risultato finale che si vuole ottenere e dato che la calma è la virtù dei forti, se abbiamo tempo, oltre alla prima soluzione decisa mettiamone in pratica qualcuna alternativa. Riceveremo sicuramente delle sorprese e affineremo le nostre capacità di decisione future.

 

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