3. Mala tempora currunt? Controllate l’otturatore!


Sbatti le palpebre perché soffri di un tic o perché sei impostato sulla funzione “scatto multiplo”?

palpebra

In altre parole: facendo un (doveroso) confronto tra l’occhio e la macchina fotografica, quale posto occuperebbe la palpebra?

Andando per esclusione:

  • Nervo ottico e cervello possono assumere tranquillamente tutte le funzioni per le quali viene richiesta una camera oscura (o “chiara”, se parliamo di fotografia digitale), funzioni che ci permettono di “vedere” materialmente un’immagine, in pratica uno sviluppo e stampa cerebrale che ci permette di dare forma a ciò che stiamo guardando;
  • Retina e pellicola (o sensore) sembrano gemelli diversi;
  • Pupilla e iride sono sfacciatamente simili al diaframma e alle lamelle che lo formano;
  • Mettiamo in ballo anche cornea e cristallino, efficacemente imitati dalle lenti ottiche in vetro o policarbonato.

Dunque?

Provate a camminare, seppure in pieno sole, con gli occhi chiusi: senza vedere nulla, prima o poi, arriverà la testata o la botta sullo stinco. Allo stesso modo, all’interno di una grotta, non vedrete niente neppure con l’aiuto di un blefarostato. E questo malgrado le pupille, in entrambi i casi, si siano dilatate al massimo della loro possibilità.

Una luce accecante costringerà il nostro diaframma naturale (la pupilla) a stringersi il più possibile, ma la luce – accecante, per l’appunto – continuerà ad infastidirci fino a costringerci ad abbassare le palpebre, a stringere gli occhi. O forse solo a socchiuderli per aiutare la pupilla a farci sopportare il livello di luminosità. In una grotta flebilmente illuminata da qualche torcia, la pupilla ben dilatata e gli occhi bene aperti ci permetteranno di percepire forme e colori.

Insomma, per farla breve e per collegarci a quanto già detto in altra parte di questo sito, vedere (=fotografare) è un complesso rapporto tra diverse funzioni meccaniche e fisiche, dove la palpebra, per tornare all’inizio di questo arzigogolato discorso, assume il ruolo che nella fotocamera appartiene all’otturatore.

Dalle prime camere oscure fino alla metà dell’Ottocento, l’otturatore era realizzato da un semplice tappo con cui il fotografo copriva l’obiettivo e che utilizzava per regolare il tempo di esposizione, in genere nell’ordine di alcuni minuti (fonte: Wikipedia), ma scorrendo le pagine del sempreverde “Trattato completo di fotografia” di M. J. Langford (Cesco Ciapanna Editore, 1980), veniamo a sapere che:

“L’obiettivo (in quanto, generalmente, “contenitore” del diaframma – n.d.r.) e l’otturatore sono tradizionalmente collegati. Ciò è dovuto naturalmente alla loro influenza combinata sull’esposizione e, nel caso di otturatori «centrali», alla loro unione fisica. Tra i due, è stato l’obiettivo a subire gli sviluppi più spettacolari, ma anche l’otturatore è stato costantemente migliorato: la scala dei tempi e la efficienza si sono accresciute, è stata aggiunta la sincronizzazione del flash… e si è avuta una notevole riduzione dell’’ingombro. Ancora, otturatori a tendina provvisti di dispositivi di compenso dell’accelerazione sono oggi comuni; velocità di otturazione e apertura del diaframma possono essere collegati meccanicamente, con o senza l’automatismo dell’esposizione; dall’inizio degli anni ‘60 la disponibilità di piccoli componenti elettronici ha permesso la realizzazione di otturatori dotati di sistemi di controllo elettronico delle velocità radicalmente nuovi e che possono essere inseriti in un circuito destinato a controllare automaticamente l’esposizione.”

Come già detto nel post dedicato all’esposimetro, l’otturatore si occupa di regolare il flusso di luce che proviene dall’obiettivo in quantità stabilita tramite l’apertura del diaframma. E parlando di “flusso”, torniamo ad un classico esempio di carattere idraulico: l’otturatore può essere paragonato alle paratie di una chiusa, che regolano il flusso d’acqua a seconda delle necessità e delle situazioni: maggiore è la portata dell’acqua (quantità di luce), minore sarà il tempo di apertura della paratia necessario a riempire un dato invaso (pellicola o sensore).

otturatore a tendina verticaleA supporto di questa similitudine, possiamo riferirci al modello di otturatore a tendina “verticale”, una specie di paratia formata da diverse lamelle metalliche scorrevoli dall’alto in basso davanti alla pellicola (ricordiamo che qui si parla di otturatori meccanici, quindi di fotografia analogica, perché il tempo di esposizione delle macchine digitali è regolato elettronicamente).

Più diffuso, nell’ambito degli otturatori a tendina, è comunque quello a scorrimento orizzontale formato da due tendine di tessuto telato che si “rincorrono” con tempi più o meno ravvicinati mantenendo alla luce la pellicola per il tempo stabilito (qui abbiamo un esempio “esploso”):

otturatore a tendina orizzontale

Esistono poi gli otturatori centrali, generalmente utilizzati sugli apparecchi di grande e medio formato, o, meglio, sugli obiettivi di queste macchine, essendo generalmente integrati in essi.

Gli otturatori centrali sono costruiti in lamelle metalliche alla stessa maniera del diaframma, al quale sono normalmente fisicamente affiancati. In questo esempio vediamo un obiettivo da banco ottico con otturatore Compur 3 e si nota chiaramente la chiusura delle cinque lamelle dell’otturatore affiancate a quelle del diaframma alla minima apertura.

otturatore centrale

La caratteristica fondamentale di questi otturatori è che sono sincronizzabili con le lampade flash anche per tempi brevissimi, contrariamente alle tendine, in genere più “lente”. Ma della luce flash e dei problemi di sincronizzazione si parlerà in un altro post.

Anche qui, come già fatto per il diaframma, non potremo dimenticare che l’uso dell’otturatore non è solo “meccanico” e simile ad un “do ut des” luminoso. La durata dell’esposizione ha anche una valenza creativa, oltre che tecnica. Va da sé che anche in questo caso, al fine di ottenere un’esposizione corretta, dovremo fare i conti con il diaframma e con la luce che ci concederà.

Un tempo particolarmente breve “congela” il movimento ed è utilizzabile per effetti particolari e di grande impatto, per esempio in ambito sportivo. Ovviamente avremo bisogno di tanta luce, sia ambientale che proveniente dal diaframma molto aperto (attenzione alla profondità di campo, però…).

Al contrario, sarà molto interessante fotografare le strie luminose prodotte dai fari delle automobili lungamente esposte, o il movimento delle nuvole o delle stelle, o – ancora – quello delle onde, che scompariranno del tutto per dare vita ad un effetto “fluido”, “pastoso”… che personalmente odio (ma questo è un problema secondario).

La durata dei tempi di esposizione si misura in frazioni di secondo, quindi – anche in questo caso come per il valore f/ del diaframma – vedremo che numeri “grandi” misurano tempi “piccoli”: 1/8000, indicato dalla ghiera dei tempi, indica un tempo brevissimo, di molto inferiore ad un battito di ciglia. I tempi si “allungano” poi raddoppiando ad ogni step: 1/4000, 1/2000, 1/1000, 1/500, eccetera, fino a raggiungere, generalmente, i trenta secondi (N.B.: prendo a riferimento la mia Nikon D500).

A questi tempi “preimpostati” si aggiungono quelli “manuali”, quando la costruzione dell’otturatore lo consente: la posa B e la posa T. Per entrambe queste impostazioni il cavalletto non rappresenta un optional: in posa B l’otturatore resta aperto per tutto il tempo che il pulsante di scatto resta premuto, in posa T (più pratica), l’otturatore controlla il passaggio della luce fin quando il pulsante di scatto non viene premuto una seconda volta. Chiaramente, queste due impostazioni – ancora di più – devono essere governate da tanta applicazione empirica.

posa B e T su un antico obiettivo
I tempi B e T di un otturatore Ball Bearing Shutter (brevettato nel 1910) montato su ottica Baush & Lomb del 1913

Insomma, anche per imparare ad usare l’otturatore occorreranno tempo (è il caso di dirlo), pazienza, tentativi, esperienza ed anche un buon cavalletto dotato di una testa ben salda… come quella necessaria sulle nostre spalle!

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