Anton Semënovič Makarenko: il “Poema fotografico”

 

Quale può essere il rapporto tra un educatore e un apparecchio fotografico?

Le risposte a questa domanda possono essere molteplici, ciò che conta è scegliere la prospettiva dalla quale – e verso la quale – porla.

Un caso può essere quello di chi scrive, fotografo per imprinting familiare, passione o follia ma non per mestiere (malgrado un sostanzioso periodo di professione nel campo). Oggi la pagnotta viene invece guadagnata coltivando i talenti di ragazzi e ragazzini: facendo l’Educatore, insomma.

Mestiere di per sé complicato, pieno di insidie, responsabilità e rotture di scatole, ma anche ricco di emozioni, soddisfazioni e (perché no?) divertimento.

Fare l’educatore è, in certo qual modo, come cercare l’eterna giovinezza, ma anche trasmettere saggezza in uno scambio fluido e fluidificante con ragazze e ragazzi.

Ed eccolo, il nocciolo della questione: scovare talenti da coltivare e trasmettere esperienza. E allora perché non fare tesoro di un passato di salda sapienza fotografica? E giù corsi, mostre e concorsi fotografici per gli educandi!

Purtroppo, non sempre l’ambito scolastico permette di dare libero sfogo a proposte concretamente educative (quando dico concretamente, intendo proprio la concretezza rappresentata da spazi agibili e attrezzature, quindi: finanziamenti). Insomma, educare con la fotografia è cosa piuttosto complicata. O almeno lo è per un educatore di bassa lega come chi scrive.

Qui arriva il punto in cui bisogna descrivere un secondo caso, sempre rispondendo alla domanda iniziale.

Questa volta si parla di un educatore vero, un tizio che – al di là delle connotazioni ideologiche e della loro condivisione o ripulsa – rappresenta un tassello fondamentale nella storia della pedagogia.

Il “tizio” in questione si chiamava Anton Semënovič Makarenko ed era nato in Ucraina nel 1888, dove si preparò ad esercitare la professione di insegnante diplomandosi nel 1917, in piena rivoluzione.

Appena tre anni dopo, il nuovo governo bolscevico lo incaricò di dirigere una scuola per bambini socialmente disagiati o orfani di guerra, battezzata “Colonia Gorkij” in onore dello scrittore che

“fu per Makarenko maestro nel senso più completo, più concreto e non retorico della parola. Gorkij dirà un giorno: «Nel passato…si educava l’uomo individualista. Noi siamo nemici dell’individualismo borghese. Noi ci sforziamo di creare l’uomo collettivista». Questo pensiero circola in tutta l’opera poetica di Gorkij, e sarà il motivo centrale dell’opera e del pensiero di Makarenko.

Il senso della dignità dell’uomo, della forza e della bellezza dell’uomo: la fiducia nelle immense possibilità dell’uomo, e quindi un «incrollabile ottimismo»: tutti gli alti motivi della poesia di Gorkij vivono nelle pagine del Poema pedagogico.[1]

Questa fu l’occasione per dare un primo corpo al suo pensiero, una metodologia forse troppo innovativa e poco conforme all’irreggimentazione richiesta dal nuovo assetto di potere (al quale, sia beninteso, Anton aderiva comunque con entusiasmo), tanto che nel 1928 fu costretto a lasciare l’incarico.

Nasce così la “comune Dzeržinskij” a Kharkov, e finalmente arriviamo all’essenza della questione e ad un’altra possibile risposta alla domanda iniziale.

Nel 1932, Anton Makarenko, che deve coniugare lo studio con il lavoro, la produzione con il raggiungimento dell’autodisciplina da parte dei ragazzi a lui affidati, decide: «Faremo “Leica”!»

Si tratta quasi di impossessarsi del brand fotografico più appetibile e blasonato dell’epoca (la Leica) copiandola praticamente di sana pianta.

Come tutti sappiamo, a scuola è (o dovrebbe essere) assolutamente vietato copiare per cui, dal mio punto di vista, ho ovviamente alcune riserve circa il valore educativo dell’operazione. Ma dato che il mio parere è del tutto irrilevante e che comunque la storia è storia, nel giugno 1932, in piena autonomia, senza alcuna assistenza tecnica dall’esterno «Cinquecento ragazzi e ragazze si precipitavano nel mondo dei micron, nella rete più sottile delle macchine più precise, nell’ambiente più delicato delle tolleranze, delle aberrazioni sferiche e delle curve ottiche» … (www.photohistory.ru)[2]

Nel gennaio del 1934, vedono la luce le prime dieci fotocamere “Felix Edmundovich Dzerzhinsky”, prodotte dalla comune di lavoro minorile. Queste FED (che più in là, con il susseguirsi di cambiamenti di sedi e vicissitudini belliche diventeranno FED-Zorki e poi semplicemente Zorki) erano copie della Leica II.

Nel “poema pedagogico” ci sono pagine che raccontano come sono state prodotte le prime fotocamere FED: “Nel 1932, nella comune iniziò una nuova lotta, l’operazione sovietica più difficile, di cui molte si svolsero in questi anni nel nostro paese (…) Il lavoro ha cominciato a fervere e già in ottobre sono stati realizzati i primi prototipi della fotocamera, consegnati poi alla redazione del quotidiano “Izvestia”.

La gente di Dzerzhinsk sosteneva che Makarenko diceva spesso di essere certo che la FED sarebbe diventata la migliore fotocamera del mondo.

“Le Leica sovietiche”, scriveva il giornale, “sono realizzate dal laboratorio sperimentale della comune dei bambini ucraini, che ha una serie di risultati interessanti: ha padroneggiato la tecnica di produzione delle prime Leica sovietiche”.

In realtà gli apparecchi prodotti erano tutt’altro che eccezionali, anche se bisogna riconoscerne un alto livello qualitativo in considerazione di chi fossero, materialmente, gli operai addetti a questo lavoro.

 Inoltre, l’appetibilità del prodotto Leica era talmente alta da spingere mezzo mondo a cimentarsi nelle imitazioni (giapponesi, statunitensi, e cinesi, per citare qualcuno): insomma, il grande pedagogista non ha inventato nulla di nuovo dal punto di vista industriale, mentre da quello che in definitiva è stato il suo campo d’azione vero e proprio, certamente, ha dato un impulso senza precedenti, spiazzando addirittura le autorità del suo tempo.

 Anton forse non ha inventato la Leica sovietica, ma se fra gioie e dolori (non si vuole qui affrontare di petto un argomento che da noi, in alcuni casi, si è dimostrato anche funesto) oggi ancora sperimentiamo l’“alternanza scuola-lavoro”, forse qualche motivo ci sarà.

Grazie a quel primo embrione, la produzione sovietica delle fotocamere è proseguita a lungo in ambito simil-Leica, ma a modo suo è anche riuscita ad esprimere nuovi prodotti, che per l’esportazione venivano curati in maniera più adeguata e che infine non erano neanche male, ma soprattutto avevano il grosso pregio dell’economicità. Quanta gioia per i giovani, poveri, vogliosi di fotografia![3]

 

[1] Lucio Lombardo Radice, dall’Introduzione a “Poema Pedagogico” – Editori Riuniti, 1976

[2] Fonte: “Riflessioni in 24×36”, che ringrazio.

[3] Vedi anche l’articolo “La compagna Zenit B