» La “Compagna” Zenit B [C]


Sono certo che gran parte dei miei concittadini e coetanei (ma forse anche molti tra i più “adulti” e qualcuno tra i più “pischelli”), ricordano ancora di quando, a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, uno dei luoghi più “sacri” della romanità del dopoguerra (attenzione: quella verace e popolare, non quella precedente, malata e tragicamente buffonesca!) venne letteralmente invasa da cittadini esuli russi o di altre Repubbliche Socialiste Sovietiche della relativa Unione (CCCP, per i nostalgici e per chi vuol fare sfoggio di cirillico) alla ricerca di un minimo gruzzolo con il quale cominciare a ricostruire le proprie vite.

Il mercato di Porta Portese, al quale ovviamente mi riferisco, poté offrire in quel periodo – oltre alla tradizionale chincaglieria, a tutto l’usato immaginabile, agli affari da collezionisti e agli immancabili borseggiatori – un’ampia offerta di oggettistica d’oltre cortina, tra la quale – oltre agli orologi e alle matrioske di ogni dimensione – spiccava un’ampia scelta di materiale fotografico.

Era tutto un fiorire di Lubitel, Zorki, FED, Moskva, Iskra, Kiev, Lomo e Horizon vendute a quattro soldi, ma sopra tutte primeggiava il mito dei giovani, squattrinati, squinternati e sognatori aspiranti fotografi del tempo: la Zenit, il cui top era rappresentato dal modello “E”.

La Zenit – E è stata prodotta tra il 1967 e il 1969, negli stabilimenti di Krasnogorsk insieme alla sua “sorella minore”, La Zenit – V, che però – sempre per gli amanti del cirillico – è più conosciuta come Zenit – B (anzi: Зенит – B).

Copertina di “Fotografia Sovietica” e fronte della Zenit – B

Prima di proseguire, mi corre l’obbligo di precisare che – essendo a quel tempo squattrinato oltre ogni immaginazione e, per di più, odiando con tutto me stesso le visite a Porta Portese – non ho mai posseduto uno di questi apparecchi. Fino a qualche anno fa, quando ho trovato in un mercatino dell’usato, per l’appunto, una Zenit – B da inserire nella mia misera collezione.

E riprendiamo il discorso…

La differenza tra E e B consiste essenzialmente nella presenza – nella prima – di un esposimetro esterno al selenio (ne ho già parlato in “L’esposimetro: quanta luce?”). Questo il motivo sostanziale per essere la preferita dai tanti “Cartier-Bresson dei poveri” dell’epoca: l’esposimetro come status simbol!

Le Zenit in questione erano costruite attorno ad uno scheletro pressofuso che ne permetteva la produzione di massa ed erano dotate, per il montaggio degli obiettivi, dell’attacco a vite M42×1 (detto anche attacco Praktica). L’obiettivo “normale” in dotazione era, generalmente, l’Industar 50-2 50/3.5, ma non macavano (e sono tutt’ora reperibili sul mercato dell’usato) ulteriori focali disponibili.

obiettivo e comandi zenit b
Particolare dell’obiettivo Industar e comandi della Zenit B

Al di là di qualsiasi detrazione di carattere ideologico, questi apparecchi offrivano prestazioni più che dignitose, ammesso – ovviamente – che il venditore non rifilasse al compratore la “sòla” (che comunque era un po’ nel DNA del mercato stesso) di una fotocamera difettosa in partenza. Le ottiche, in particolare, non erano niente male e sapevano ripagare in parte la noia e la perdita di tempo dello svita/avvita nel passaggio dall’una all’altra.

Poi bisognava fare i conti con il diaframma non automatico, che molti scambiavano per un difetto della macchina e che a chiusura molto accentuata cancellava quasi completamente nel mirino il senso di quanto si andava fotografando.

In anni di contestazione anche pesante, però, uno dei grossi difetti delle Zenit poteva trasformarsi in impagabile pregio: erano macchine fotografiche pesanti e durevoli, costruite in ogni parte esterna e interna con design estremamente semplice, secondo la regola sovietica del “quello che non c’è, non si può rompere”. Quindi, volendo emulare l’attività del grande Tano D’Amico (noto fotografo di “Movimento” di quei tempi e ancora in attività), si aveva una buona garanzia di riportare a casa sano e salvo il ferro del mestiere.

E nei momenti più delicati, questo, poteva anche tornare utile come arma di difesa senza creare troppi patemi d’animo…

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» Kodak Autographic n°3: tra Belle Époque e Grande Guerra [C]


Kodak Autographic N°3 (1914)

Il mercato antiquario offre sicuramente apparecchi fotografici più antichi, più rari e – in una parola – più “importanti” della Kodak Autographic n°3.

Tuttavia, specialmente per un collezionista d’accatto come chi scrive, si creano motivi di soggezione nel disquisire di questa splendida (e per i suoi tempi innovativa) macchina, tanto più che, come d’uso in questi post di cultura fotografica, ci si riferisce all’ambito storico nel quale è nata. E qui stiamo parlando di un arco temporale di ben quattro anni racchiusi in uno.

L’apparecchio, nel suo insieme, è nato nel 1914, però monta un obiettivo Rapid Rectilinear Bausch & Lomb creato nel 1913 e meccanizzato con un sistema di cuscinetti a sfera brevettati nel 1910: il 18 gennaio, per l’esattezza, come si legge chiaramente sul frontale.

indicazioni otturatore Bausch&Lomb

Curiosamente, sembrerebbe che il 18 gennaio di quell’anno, nel mondo, non sia successo praticamente null’altro oltre alla registrazione di questo brevetto, cosa di per sé abbastanza insignificante, considerando che la prima paternità ufficiale del cuscinetto a sfera sembra risalire addirittura al 1794, ad opera di un gallese di nome Philip Vaughan di Carmarthen. Senza contare l’immancabile Leonardo, che ci aveva già pensato, grossomodo, tre secoli prima.

Per quanto riguarda l’anno nel suo insieme, la notizia che maggiormente salta all’occhio, almeno in ambito culturale, è la nascita del balletto “L’uccello di fuoco” da parte di Igor’ Fëdorovič Stravinskij.

In Europa si era in piena Belle Époque, quella che nella patria della Kodak era stata definita Gilded Age e che aveva lasciato (e continuava a lasciare) una lunga sia di invenzioni e progressi della tecnica e della scienza che non avevano paragoni con le epoche passate. Lo standard generale di vita andava migliorando e lo sviluppo sociale acquistava nuova linfa dalle applicazioni e dai perfezionamenti dell’illuminazione elettrica, della radio, dell’automobile e del cinema. Le comodità contribuiscono al diffondersi di un senso di ottimismo che solo con difficoltà può far presagire il dramma incombente.

Nel 1911, come sempre, le guerre tengono banco, prima fra tutte – per quanto ci riguarda – la guerra italo-turca, nota anche come guerra di Libia, combattuta contro l’Impero ottomano tra il 29 settembre 1911 e il 18 ottobre 1912 da un Regno d’Italia in preda ad ambizioni coloniali per conquistare le regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica.

Più edificanti furono certamente altri avvenimenti, come la prima edizione in Europa, il 19 marzo, della Giornata Internazionale della Donna (l’ufficializzazione dell’8 marzo avrebbe richiesto ancora del tempo), l’ultima gara internazionale (vinta) da Dorando Pietri il 15 ottobre a Göteborg , in Svezia e il saluto via telegrafo di Guglielmo Marconi al New York Times tra due stazioni di radio senza fili situate a 6.400 km di distanza (19 novembre).

Manifesto tedesco per la Giornata della donna (1914), Dorando Pietri e Guglielmo Marconi

Tra il 1911 e il 1912 salta all’occhio il vigoroso proliferare di squadre di calcio, ma certamente una nota importante è la conquista del suffragio universale, in Italia, per tutti i cittadini maschi di età superiore ai trent’anni.

Mentre in Sudafrica nasce l’African National Congress che in futuro segnerà la storia di Nelson Mandela e di tutta la lotta di liberazione sudafricana, in Russia si cominciano a cogliere i primi fermenti che porteranno alla Rivoluzione, mentre in Italia il nome di Benito Mussolini (ancora in ambito socialista) si fa sempre più presente.

Annaspando tra tutte le guerre e le tensioni politiche e sociali del 1913, mi piace sottolineare come l’obiettivo Bausch & Lomb venga progettato e costruito mentre Rabindranath Tagore vince il premio Nobel per la letteratura “per la profonda sensibilità, per la freschezza e bellezza dei versi che, con consumata capacità, riesce a rendere nella sua poeticità, espressa attraverso il suo linguaggio inglese, parte della letteratura dell’ovest”. In fondo, Bausch & Lomb sono specializzati in prodotti per la vista, ancor prima che per la fotografia, quindi il richiamo alla “luce” non è poi così tirato per i capelli. Anche perché di luce comincia a vedersene poca.

Mentre Rochester (sede di Kodak e anche di Bausch & Lomb), lo stato di New York e gli interi Stati Uniti vivono la relativa tranquillità dei tempi, in Italia viene fondato il CONI – l’organo che si occupa delle Olimpiadi, simbolo principe della convivenza pacifica tra i popoli – appena due settimane prima dell’attentato, a Sarajevo, ai danni dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e di sua moglie, fatto che scatenerà la Prima Guerra Mondiale. Siamo nel 1914 e gli USA rimarranno fuori dal conflitto fino al 1917.

Nel frattempo, la Autographic n°3 era nata e rimase in produzione fino al 1926 mostrando tutto il suo potenziale di modernità: dall’otturatore a cinque tempi (compresi B e T) al mirino regolabile per scatti in orizzontale e verticale, dalla bolla di livella per riprese di precisione fino alla sua caratteristica principale: la possibilità di “firmare” materialmente ogni immagine grazie ad uno speciale sportello sul retro, all’uso di uno stilo dedicato ed alle pellicole Autographic 122.

La pellicola Autographic con le istruzioni per la “firma” – Volantino pubblicitario per la pellicola

Purtroppo, come già ventilato nel post dedicato alla Billy-Clack, l’unico vero “difetto tecnico” di questo apparecchio – come degli altri – è… l’assenza di parola: non sapremo mai se attraverso il suo obiettivo siano passati raggi di luce fosca o riflessi di terribili frammenti di guerra…

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» 1937: l’anno della “Billy-Clack” Agfa [C]

Rovine di Guernica nel 1937
Die Ruinen von Guernica 5603/37

Guarda questa foto. Non è stata ripresa dopo un terremoto, come sembrerebbe. Siamo nella città basca di Guernica ed è il 1937, l’anno del bombardamento che l’ha rasa al suolo, un bombardamento spacciato come un errore dovuto alla forza del vento, che avrebbe deviato le bombe lanciate dagli aerei della “Legione Condor” – con la partecipazione dell’Aviazione Legionaria italiana – nel corso dell’operazione denominata Rügen (rimproverare) con un discutibile senso dello humor.

Era il 26 aprile del 1937, e non posso sapere con quale apparecchio fotografico sia stata scattata la foto. Però, accompagnando fatti storici di enorme importanza, in quell’anno è entrata in produzione la fotocamera AGFA “Billy-Clack”, di cui conservo un esemplare nella mia limitatissima collezione e che mi piace immaginare non come prodotto esemplare di un regime aberrante, ma come testimone delle atrocità di quegli anni, silenziosa (click!) memoria per i posteri da registrarsi in 6×9 su pellicola formato 120 (sempre AGFA, naturalmente: Actien Gesellschaft für anilinFAbrikation)  impressionata tramite un obiettivo Bilinar, presumibilmente di focale 100 o 110mm e con diaframma massimo f/11, riducibile a f/16 ed f/22.

AGFA Billy-Clack del 1937

Come dice il poeta (leggi, in questo caso, Fabrizio De Andrè), “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” e, forse per questo, parallelamente all’immagine fotografica possiamo trovare una delle maggiori opere d’arte del XX secolo, il più “potente” atto di condanna di quell’orrendo massacro, nato dalla mente e dai pennelli di Pablo Picasso: l’enorme “Guernica” che ancora grida al mondo l’orrore per l’odio nazifascista.

Guernica di Pablo Picasso

La nascita di questa fotocamera appare cosa ridicola rispetto all’enormità degli eventi di quell’anno: oltre alla Guerra Civile spagnola ed alla distruzione di Guernica, sul versante opposto della Pace, della collaborazione reciproca e della civile convivenza, nasce a Chicago la prima banca del sangue.

Malgrado in Germania siano già da tempo in vigore le leggi raziali alle quali l’Italia si accoderà nel giro di un anno, sono gli ostacoli che incontrano i cattolici tedeschi (che vedono ignorato, di fatto, il Reichskonkordat stipulato col regime) a spingere Pio XI alla stesura dell’enciclica Mit brennender Sorge (“con bruciante preoccupazione”) – scritta eccezionalmente in tedesco per essere meglio compresa dai parrocchiani – con la quale condanna apertamente il nazismo.

Per quella che oggi chiameremo “par condicio”, pochi giorni dopo esce anche la condanna del comunismo con la Divini Redemptoris. Ognuno tragga le proprie conclusioni…

Tralasciando tutti i segnali (più o meno sotterranei) di “cova” del secondo conflitto mondiale, vale la pena di rimanere nel campo delle pellicole, anche se in questo caso si tratta di immagini in movimento.

Ad aprile, a Roma, si inaugura “Cinecittà”, che nasce con intenti ovviamente propagandistici, ma che poi avrà modo di dare lustro in tutto il mondo alla nostra nazione rinata, alle sue storie, alla sua cultura e – non ultimo – alle sue maestranze. Oltre oceano, negli Stati Uniti, la Warner Bros. dà vita sugli schermi al folle Daffy Duck, mentre Walt Disney presenta il suo primo lungometraggio: Biancaneve e i sette nani.

Volendo dedicarsi alla lettura, la nostra Billy-Clack avrebbe potuto approfittare de Lo Hobbit, dello scrittore J. R. R. Tolkien, britannico di nascita sudafricana, e di Il rovescio e il diritto del franco-algerino Alberto Camus.

Anno denso e complesso, questo 1937, del quale la semplice e spartana Billy-Clack è figlia del tutto legittima.

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